Fulvio Roiter (Meolo 1926 – Venezia 2016), nato nella campagna veneta, e’ stato uno tra i più significativi fotografi italiani dei nostri tempi.

L’opera di Fulvio Roiter occupa un posto del tutto eccezionale nella storia della fotografia italiana del Novecento.

Si può definire un fotografo consapevole, sapeva perfettamente cosa voleva fotografare.

Esperto di fotografia in bianco e nero usò, nel colore dei reportage di viaggio, una tecnica che esaltava luoghi e particolari inediti della scena.

Un metodo per il bianco nero quello di Roiter, dove «l’essenzialità e il rigore del bianco nero prevaleva sul trionfo del colore», questa infatti fu la motivazione della giuria che fece vincere al fotografo veneziano il premio internazionale francese Nadar che premiò il più bel libro nel panorama mondiale della editoria fotografica del 1956, un libro di foto realizzate esclusivamente in bianco nero rispetto ad altri libri fotografici di altri famosi fotografi che scelsero il colore.

Realizzò giovanissimo una serie di strepitosi reportages, sulla Sicilia, sull’Umbria, sull’Andalusia, sull’Algarve, che lo consacrarono sulla scena internazionale come l’enfant prodige della fotografia italiana.

Si differenzia molto dagli altri, negli anni ‘50 in particolare quando andava di moda una fotografia umanista, “trovata” per strada, lui aggiunge una parte di se stesso e si presenta come un fotografo a cui piace controllare tutto.

Fino agli anni Sessanta, Roiter rappresentò un modello, spesso inarrivabile, di stile, di tecnica, di rigore formale.

Proveniente dalla scuola della fotografia neorealista, Roiter sviluppa e raffina la «forza narrativa e l’occhio poetico» con le sue foto bianco e nero.
Qui colloca personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno in un contesto dove vengono rigorosamente privilegiate «le forme della composizione» con inquadrature calcolate come per esempio le foto che ritraggono forme di persone in cui viene esaltato il contrasto con il resto dell’immagine. Contrasto ricercato con colori accesi anche per la fotografia a colori.

Negli anni Settanta, sull’onda del successo ottenuto, abbandonò la fotografia in bianco e nero per dedicarsi al colore, modificando anche radicalmente il suo stile e i soggetti delle sue ricerche.

È così possibile dire che esistano due Roiter diversi.

Da un lato, c’è il popolare fotografo di Venezia e delle maschere di carnevale, delle cartoline e dei libri strenna dalle tirature stellari.

Di contro, c’è il grande artista dei primi capolavori in bianco e nero, quasi del tutto dimenticati, riscoperti dopo un lungo lavoro di ricerca e di scavo nell’archivio del fotografo.

lo stesso Roiter a spiegare “il segreto principale” per la realizzazione delle sue fotografie singole e delle sequenze dei suoi reportages: una preparazione preventiva sulla città o il paese e sugli elementi da fotografare, per cui leggeva molto documentandosi, per aver modo di cogliere già prima del suo viaggio, le atmosfere che avrebbe trovato e quindi fotografate sul luogo della scena prescelta.

«Foto in bianconero, delicatissime, elegantissime nella loro apparente semplicità, composizioni da pelle d’oca, raffinatezza, gusto, equilibrio e originalità. Gioielli buoni anche per gli occhi più esigenti»

Leonello Bertolucci